giovedì 10 agosto 2017

Recensione #125 - L'insostenibile leggerezza dell'essere



Buon giorno, miei pals! Oggi vi parlo di un libro che aspettavo di leggere da un bel po' e che solo recentemente sono riuscita a procurarmi. Lo leggo per:


OBIETTIVO 4 - Leggi un libro nel cui titolo vi sia una parola con una consonante doppia vicina (es: Carry on, Tutti i nostri oggi sbagliati, Era di maggio, ecc.). Il completamento di questo obiettivo ti darà 1 punto



3. LEGGERE UN CLASSICO 


Come sempre, mi raccomando di dirmi se lo avete letto e cosa ne avete pensato!




Titolo: L'insostenibile leggerezza dell'essere

Titolo originale: Nesnesitelná lehkost bytí

Autore: Milan Kundera

Data di pubblicazione: 1985

Editore: Adelphi

N° di pagine: 318

Prezzo: €18

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Trama: Protetto da un titolo enigmatico, che si imprime nella memoria come una frase musicale, questo romanzo obbedisce fedelmente al precetto di Hermann Broch: «Scoprire ciò che solo un romanzo permette di scoprire». Questa scoperta romanzesca non si limita all’evocazione di alcuni personaggi e delle loro complicate storie d’amore, anche se qui Tomáš, Teresa, Sabina, Franz esistono per noi subito, dopo pochi tocchi, con una concretezza irriducibile e quasi dolorosa. Dare vita a un personaggio significa per Kundera «andare sino in fondo a certe situazioni, a certi motivi, magari a certe parole, che sono la materia stessa di cui è fatto». Entra allora in scena un ulteriore personaggio: l’autore. Il suo volto è in ombra, al centro del quadrilatero amoroso formato dai protagonisti del romanzo: e quei quattro vertici cambiano continuamente le loro posizioni intorno a lui, allontanati e riuniti dal caso e dalle persecuzioni della storia, oscillanti fra un libertinismo freddo e quella specie di compassione che è «la capacità massima di immaginazione affettiva, l’arte della telepatia, delle emozioni». All’interno di quel quadrilatero si intreccia una molteplicità di fili: un filo è un dettaglio fisiologico, un altro è una questione metafisica, un filo è un atroce aneddoto storico, un filo è un’immagine. Tutto è variazione, incessante esplorazione del possibile. Con diderotiana leggerezza, Kundera riesce a schiudere, dietro i singoli fatti, altrettante domande penetranti e le compone poi come voci polifoniche, fino a darci una vertigine che ci riconduce alla nostra esperienza costante e muta. Ritroviamo così certe cose che hanno invaso la nostra vita e tendono a passare innominate dalla letteratura, schiacciata dal loro peso: la trasformazione del mondo intero in una immensa «trappola», la cancellazione dell’esistenza come in quelle fotografie ritoccate dove i sovietici fanno sparire le facce dei personaggi caduti in disgrazia. Esercitato da lungo tempo a percepire nella «Grande Marcia» verso l’avvenire la più beffarda delle illusioni, Kundera ha saputo mantenere intatto il pathos di ciò che, intessuto di innumerevoli ritorni come ogni amore torturante, è pronto però ad apparire un’unica volta e a sparire, quasi non fosse mai esistito.







Un dramma umano si può sempre esprimere con
la metafora della pesantezza. Diciamo, ad esempio, che
ci è caduto un fardello sulle spalle. Sopportiamo o non
sopportiamo questo fardello, sprofondiamo sotto il suo 
peso, lottiamo con esso, pierdiamo o vinciamo. Ma che
cos'era successo in realtà a Sabina? Niente. Aveva
lasciato un uomo perché voleva lasciarlo. Lui l'aveva
forse perseguitata? Aveva cercato di vendicarsi? No. Il
suo non era un dramma della pesantezza, ma della
leggerezza. Sulle spalle di Sabina non era caduto un
fardello, ma l'insostenibile leggerezza dell'essere.



Cosa dire? Questo libro era finito nella mia lista di libri da leggere solo per via del titolo e della copertina in lingua inglese. Non sapevo nulla della trama. E sì, è una cosa che faccio spesso.
Non so davvero se questo fosse il momento giusto per leggere questo libro. In un certo senso, non riuscivo a smettere di leggere. Non potevo staccarmi dalle pagine, ero spinta dalla voglia di sapere, di comprendere. Ma ora che l'ho terminato mi chiedo: l'ho davvero capito? Ho percepito tutto quello che l'autore voleva dire? Credo di no. In effetti, credo anche che non ero del tutto pronta per leggere questo romanzo, se così posso chiamarlo.
Milan Kundera usa dei personaggi abbastanza abbozzati e una trama che è più o meno inesistente per parlarci di molto altro. Tomáš, Tereza, Sabina, Franz sono in pratica il mezzo che Kundera utilizza per parlarci della sua filosofia, del suo modo di pensare. Non solo intravediamo l'autore, lo percepiamo. È lui il tramite con i personaggi, che paiono essere solo lì per rappresentare qualcosa. Ogni volta che succede qualcosa nella trama, un incontro tra amanti, la guerra, ogni cambiamento, ecco che spunta Kundera. Interrompe ogni cosa. Ed ecco che cominciano i suoi pensieri filosofici e psicologici, tanto che gli oggetti, gli sguardi, i movimenti vengono tutti esaminati sotto occhio critico e universalizzati nella leggerezza e nella pesantezza dell'essere. Appunto, di trama c'è poco o nulla. E mentre con alcuni pensieri mi ritrovavo, con altri alzavo gli occhi al cielo e pensavo solo "quanto è pretenzioso". Sì, più pretenzioso del titolo.
Tomáš è un donnaiolo che abbandona la famiglia e si innamora di Tereza. Non può rinunciare alle sue scappatelle, ed innalza Tereza ad un amore diverso, ad un ideale, un amore che si fonda sulla fedeltà di Tereza e su un legame complesso.
Tereza è così innocente, e se i personaggi fossero stati davvero esplorati lei sarebbe stata completamente diversa dagli altri.
Sabina è la perenne amante, la traditrice per eccellenza di persone ed ideali, artista. Sarebbe potuta essere il personagigo più complesso. Amante sia di Tomáš che di Franz, alla fine è lei il tramite tra i personaggi come Kundera è il tramite tra tutti loro ed il lettore.
Franz è intrappolato. Intrappolato in un matrimonio con una donna che non comprende, con una figlia così simile alla madre, ed un'amante, Sabina, che è il suo totale opposto.
Sullo sfondo c'è la guerra, l'occupazione russa del territorio ceco. E anche questo viene utilizzato per altre riflessioni filosofiche e morali.
Ciò che lega tutto quanto, il filo conduttore, è l'insostenibile leggerezza dell'essere, appunto. Una leggerezza che in realtà è molto, molto pesante.
Nel complesso mi è piaciuto leggere questo libro. L'ho comprato usato, e c'erano delle sottolineature. Ogni volta che ne trovavo una mi chiedevo cosa quest'altro lettore avesse pensato nel momento in cui leggeva e sottolineava, e anche questo mi ha aiutata a terminare il libro.



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